Simone Crolla: «Esportare e produrre in USA conviene»

Esportare e produrre negli Usa conviene, nonostante la crisi globale, grazie agli incentivi e alle politiche di tax credits.

NEWS AMCHAM

Nel primo anno dei tempi del Covid-19, trovare opportunità di business all'estero può rivelarsi la chiave di volta per reagire alla crisi che la pandemia ha provocato in tutto il mondo.

Dal suo osservatorio privilegiato, Simone Crolla, numero uno di AmCham, organizzazione nata con lo scopo di facilitare gli scambi economici tra i due Paesi e affiliata alla US Chamber of Commerce, snocciola i dati di una collaborazione virtuosa che ha avuto negli ultimi anni percentuali di crescita notevolissime e condizioni molto vantaggiose per le imprese italiane: «Per quanto riguarda i foreign direct investment quali le operazioni di merger and acquisition o i green field, cioè quando si crea ex novo uno stabilimento all'estero, ebbene gli investimenti italiani in America sono cresciuti negli ultimi 15 anni del 350% (contro un 50% di crescita di quelli americani in Italia) arrivando nel 2019 a una cifra di circa 33 miliardi di dollari».

Numeri ottimi, dovuti anche a una politica di grande supporto alle imprese estere, con incentivi economici che peraltro variano da Stato a Stato, rendendo questa "corsa" virtuosa ad attrarre le aziende un valore aggiunto per chi decide di intraprendere la grande avventura di produrre in Usa: «Non tutti gli imprenditori sono a conoscenza del fatto che le guerre commerciali, nella realtà americana, si giocano tutte tra i diversi Stati», prosegue Crolla. «Se un'azienda intende investire, per esempio, in North Carolina, si accorgerà che il South Carolina, pur di "sottrarre" l'investimento allo Stato confinante, offrirà incentivi ancora maggiori, proporrà magari tax credits o training gratuiti della forza lavoro: queste politiche di concorrenza, ovviamente, agevolano molto le aziende e all'imprenditore italiano sembrano letteralmente il Bengodi; anche perché purtroppo in Italia tutto questo non accade mai».

Negli ultimi 15 anni gli investimenti italiani in America sono cresciuti del 350% per un valore complessivo di 33 miliardi di euro

Ma oltre agli investimenti, c'è poi tutto il capitolo dedicato all'export dall'Italia verso gli Usa e viceversa, per il quale i numeri sono ottimi nonostante la pandemia abbia colpito duro anche questo settore: «Ovviamente in questo 2020 segnato dal Covid», prosegue Crolla, «c'è stato un calo notevole, che abbiamo stimato intorno al 50% o forse qualcosa in meno. Ma parliamo sempre e comunque di grandi numeri: nel 2019 l'esportazione italiana verso gli Usa era stata pari a 57,2 miliardi di dollari, mentre quest'anno i dati (almeno fino alla fine di settembre, gli ultimi in nostro possesso) ci dicono che veleggia intorno ai 31,1 miliardi. Mentre l'esportazione Usa verso Italia, che nel 2019 valeva 23,8 miliardi di dollari è stata quest'anno, sempre relativamente ai primi 9 mesi, di 13, 2 miliardi».

E relativamente ai dazi imposti dall'amministrazione Trump, nessun problema in particolare, se non per settori molto specifici e non rilevanti per l'Italia «perché i dazi hanno colpito soprattutto materie come l'alluminio e l'acciaio, dove il nostro Paese, al confronto di Germania e Cina, non è particolarmente forte», spiega il Managing Director. «Certo, la politica daziaria potrà far crescere il prezzo di alcuni prodotti di nicchia come, per esempio, il parmigiano: ma l'appassionato lo compra lo stesso, anche se il prezzo sale di un qualche dollaro al kg. Possiamo dire di non essere quindi stati molto danneggiati, anche perché gli Usa amano i prodotti italiani: e c'è tutta una parte del Paese, quella che loro chiamano la fly over America, cioè quegli Stati che si sorvolano quando voli da una costa all'altra, dove c'è tantissima voglia di italianità e quindi tanto spazio per le imprese del nostro Paese; non approfittarne sarebbe davvero una grande occasione sprecata».

 

Tratto da Economy Magazine 


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