Dazi: l'Italia di nuovo nel mirino USA per la Digital Tax

L'USRT ha avviato una nuova indagine per le tasse digitali unilaterali contro le big tech

NEWS AMCHAM

L'Ufficio del rappresentante al commercio americano Robert Lighthizer (Ustr) ha annunciato l'apertura di una nuova indagine sulle tasse ai servizi digitali adottate dai partner commerciali degli Stati Uniti.

L'inchiesta è volta a determinare se le varie digital tax contro i giganti hi-tech hanno determinato una discriminazione che penalizza gli scambi commerciali americani.

Sono finite nel mirino dell'amministrazione Usa le digital tax già decise da Austria, Italia, India, Indonesia e Turchia, attraverso la Sezione 301 del Trade Act del 1974, legislazione che autorizza il presidente degli Stati Uniti a intraprendere in via unilaterale misure per ottenere la rimozione di qualsiasi atto, politica o pratica di un governo straniero che viola un accordo commerciale internazionale e che grava o limita il commercio americano. Si sta valutando anche se agire contro le tasse digitali proposte da Brasile, Repubblica Ceca, Unione europea, Spagna e Regno Unito.
Se verrà stabilita la discriminazione gli Stati Uniti potranno decidere nuove tariffe commerciali contro i paesi partner.

Nel documento l'Ustr spiega che l'inchiesta cercherà di capire se le digital tax adottate o proposte dai vari paesi sono in linea con le normative fiscali internazionali o se hanno «lo scopo di penalizzare in particolare le società tecnologiche per i loro successi commerciali».
«Il presidente Trump - spiega in una nota il Rappresentante al commercio Robert Lighthizer - è preoccupato dal fatto che molti nostri partner commerciali abbiano adottato dei meccanismi fiscali pensati per penalizzare ingiustamente le nostre società. Siamo pronti a prendere tutte le azioni necessarie per difendere le nostre aziende e i nostri lavoratori da tali discriminazioni».
La scorsa settimana il presidente Trump ha emesso un ordine esecutivo contro le piattaforme social che ha diviso i grandi colossi hi-tech.

I giganti tech americani come Facebook, Amazon e Google hanno avviato azioni di lobbing milionarie a Washington per spingere i legislatori, di entrambi i partiti, a considerare ingiuste le tasse digitali decise unilateralmente dai vari paesi, considerate discriminanti per gli interessi economici americani, di fronte alla crescente digitalizzazione dell'economia. Tutto questo in assenza di un quadro normativo multilaterale che non è ancora stato deciso e che avanza a fatica, nonostante gli sforzi messi in campo dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

La tassa digitale italiana è in vigore dal primo gennaio 2020. Colpisce con un'imposta del 3% i redditi da pubblicità digitale o servizi digitali delle aziende tecnologiche che hanno oltre 750 milioni di euro di ricavi annui globali, di cui almeno 5,5 milioni di euro prodotti in Italia. Nei negoziati che ci sono già stati a Washington tra l'ex sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto e l'amministrazione Usa, l'Italia ha cercato di sostenere questa posizione: la digital tax italiana verrà riscossa solo nel 2021, prevede soglie minime, giudicate dai legislatori italiani non discriminatorie per le big tech. E soprattutto la digital tax italiana decadrà in caso di decisione Ocse che verrà automaticamente recepita dalla normativa nazionale. 

L'Information Technology Industry Council, associazione di categoria delle aziende tech americane, che ha sollecitato la nuova inchiesta dell'Ustr sostiene che un crescente numero di paesi nel mondo ha proposto o adottato delle digital tax unilaterali. 


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